E' un paese per vecchi.

domenica 1 novembre 2009

Black Heart Procession - Six


L’ho pur sentito più volte, questo “Six”, con cui ritrovo i Black Heart dopo averli “lasciati” per quasi 10 anni, da “Three” per la precisione (mi manca tutta la produzione degli anni 2000 e forse un giorno la recupererò). E in fondo il disco mi ha, perfino, lasciato una gradevole sensazione addosso. E l’impressione di una band che si muove fra atmosfere soffuse e crepuscolari, con tocchi sperimentali e concessioni a un indie-rock (o, se preferite, alterna-rock) rassicurante, di quelli che puoi passare agli amici senza rischiare che lo schifino o, peggio, che rimangano indifferenti. Insomma, musica “che piace”.
Musica che ha già detto tutto.
Basta, mi fermo qui, ho già scritto quei luoghi comuni da cui tento di rifuggire come la peste ma il fatto che ritornino e non mi venga altro, o significa che i sono rincoglionito alla fase terminale o significa che le mie paure, rispetto a questa band, si sono materializzate tutte.
Ho amato alla follia i Black Heart Procession, anzi, ho apprezzato i loro dischi ma considero un loro pezzo tratto da “2”, “Blue Tears, uno dei pezzi più belli, struggenti e intensi degli ultimi 50 anni. Per carità, gente come Tom Waits ha scritto questa canzone almeno 100 volte ma la commistione delle voci, dell’accordion sghembo e dell’organetto claudicante la rende una di quelle “canzoni perfette” che una band compone una volta in vita ed è giusto che per quella venga ricordata. Un po’ come succede, che so, per “Teenage Kicks” degli Undertones o per la cover di “Summertime Blues” dei Blue Cheer (a proposito, nessuno di noi ha steso un necrologio per il cantante Dickey Peterson…).
E poi quella volta all’Interzona (era il ’99 o il 2000?) mi hanno emozionato sul serio. Un po’ cupi, del resto il posto lo esigeva, ma perversamente spettacolari.

Però dopo quello cosa ci poteva essere? O cambi o la finisci lì. E, se il cambiamento è questo, allora gli auguro ogni bene, fortuna, fama, gloria, denaro, etc… ma per quanto mi riguarda è finita e vado in cerca di qualcos’altro. E ora fatemi cambiare idea, datemi del cretino e parlatemi di cose che non ho notato. Non mi dispiacerebbe smentirmi.

venerdì 30 ottobre 2009

PETER VON POEHL - May Day



“Al viaggiatore senza fissa dimora e identità la musica può dare una dolce consolazione, offrendo l’opportunità di adottare un Paese non geografico ma immaginario, un mondo che egli si auto-crea.”

Inizia con queste parole la breve biografia che possiamo trovare nel sito web di Von Poehl . Il Nostro infatti da anni si divide tra Malmö, Berlino e Parigi vivendo lo sradicamento e lo spaesamento tipici di chi si sveglia spesso sotto cieli diversi ma avendo così l’opportunità di non essere ancorato ad un’identità culturale dominante, caratteristica che si riflette anche nella sua arte.

May Day è il secondo album di Von Poehl, dopo Going to Where the Tea Trees Are del 2006, album bello ma ancora indeciso su quale strada percorrere, molto intimo nelle atmosphere ma a tratti zoppicante.

May Day è invece una raccolta di melodie perfette, di Canzoni non la C maiuscola, con i Beatles come faro ma con chansonnier di razza come Cat Stevens, Donovan e il meno conosciuto Sixto Rodriguez a sorreggerlo. Von Poehl ha una voce molto normale, che a tratti può ricordare un po’ Phil Collins (personalmente non lo ritengo né un insulto né un complimento), le parti strumentali sono eseguite con perizia ma senza tecnicismi. La cifra distintiva di questo album è, lo ripeto, la melodia. Gioielli che ti si infilano in testa e non ne escono come Parliament, Center Pigeon, Forgotten Garden, Mexico non si sentono tutti i giorni. L’arrangiamento, anche quando orchestrato, non è mai sopra le righe, di una delicatezza inconsueta, sottolinea ancora meglio le splendide linee melodiche senza appesantire mai. L’aria che si respira è molto sixties anche se non mancano riferimenti più attuali come i Mercury Rev post Deserter Songs, meno barocchi e senza l’overdose da glucosio che ne caratterizza gli ultimi lavori.

Parliament apre il disco con una botta di energia positiva, rullante battutto e fiati quasi Northern Soul. Dust of Heaven, voce accompagnata solo da un amabile oboe, è una piacevole pausa di riflessione. Forgotten Garden è il Donovan meno fricchettone, mood da pigra domenica mattina, arpeggio elegante, qualche goccia di distorsione ad evitare l’effetto melassa, sempre in agguato ma mai toccato. Near the End of the World è quasi Air (quelli meno manieristi e plasticosi), Carrier Pigeon ha un groove irresistibile, Mexico è forse il momento più alto dell’album, anche se sinceramente fatico a trovare pezzi meno che piacevoli.

Non è un disco che cambierà la storia della musica May Day, ma rappresenta certamente una bella ventata di aria fresca, uno di quei rari album che ti fanno recuperare la fiducia nella capacità del pop, quello più nobile, quello per cui orecchiabilità non fa necessariamente rima con stupidità, di risorgere dalle sue ceneri.

giovedì 29 ottobre 2009

Ecco come riconoscere l'uomo di destra dall'uomo di sinistra

Che cosa ci insegna il caso Marrazzo
Finalmente! Ecco come riconoscere l'uomo di destra dall'uomo di sinistra

Nel regno della provocazione, trasportati da un insolito scirocco a metà ottobre, improvvisamente abbiamo capito il perché di tante "prove" a cui siamo sottoposti

25 ottobre 2009 - Pia Fraus

Non sto a farvela lunga. Il caso Marrazzo. Non ci voleva. Non in questo momento. Ma se è vero che non esistono le coincidenze, se è vero che nulla nasce dal caso, anche questo scandalo avrà un suo perché, mi sono detta.
Forse la Sinistra ha in serbo per noi un disegno divino in cui sono previste queste prove? Forse l’opposizione ha bisogno di qualche altra stranezza dopo i calzini turchesi di Franceschini? E se invece è successo tutto questo per fare chiarezza in noi stessi? O meglio per mettere dei punti fermi. Per esempio sul sesso, sul sesso a pagamento. Dopo un primo momento di stanchezza, in cui niente era chiaro e Marrazzo sembrava lo smemorato di Collegno, mi sono sentita montare dentro una rabbia ancora mista a stanchezza, ancora insopportabile al termine, quasi, di un anno funestato dai cazzi altrui che però sono pure nostri. Allora mi sono chiesta: che cosa mi “indigna” in questa (centro)-sinistra storia laziale? Certo, in primo luogo i pedinamenti della banda bassotti dell’arma, questi pezzenti che vanno in giro a cercare nelle mutande degli altri prezzolati da chissà quale losco politicante; poi passo a lui, alla mancata denuncia di questo don abbondio del centrosinistra, “Mi manda Fra’ Cristoforo”, ma mi faccia il piacere.... Infine arrivo al punto: sopra ogni altra cosa non sopporto chi paga per fare sesso. Ah... l’ho detto. È così, e se mi date della bacchettona siete ipocriti. Perché qui non c’entra. Eh no, cari. Una vita spesa a immaginare un mondo senza mercimoni, un mondo di libere e liberi dal dominio del dio denaro, un mondo in cui nessuno sfrutti la “forza” lavoro e questo arriva e che fa? Paga per fare sesso, non solo ma poi parla di “debelozza”. Quale debolezza? In che cosa si è deboli quando con il denaro paghi per avere ciò che vuoi? Casomai sei forte, hai i soldi, compri. Mi sarei innervosita nello stesso modo se il governatore del Lazio fosse stato sorpreso con la sua amante (il suo amante o amante trans)? No. Allora metto il primo punto fermo in questa storia bastarda: gli uomini che pagano per comprare il corpo di chicchessia a me fanno schifo e trovo che siano anche un po’ malati. Due: l’italiano medio, incolto e frustrato legittima il sesso a pagamento. Oggi nel 2009quasi dieci, è patetico. Tre, dunque io dico che chi “va a puttane” è di destra. Forte, eh questa affermazione? È politicamente scorretta o corretta? È d’avanguardia o conservatrice? Una provocazione? Ideologica? Fate voi. Sì, sì, lo so che tanti di sinistra vanno a puttane. E allora? Per me sono di destra. Sapete, quando tutto manca questa è ancora una bella demarcazione fra “destra” e “sinistra”, no? Almeno tra gli uomini di destra e di sinistra. Per questo mi incazzo con Marrazzo: ha fatto una cosa di destra.

tratto da: www.mamma.am

martedì 27 ottobre 2009

Bassekou Kouyate & Ngoni ba - I speak fula


A volte penso che essere ignoranti sia una gran cosa. Permette di stupirsi più facilmente. Nonostante i miei ascolti etnici, non ricordo di aver mai “coperto” Bassekou Koyate e la sua band-famiglia: mi era sfuggito un disco di qualche anno fa di cui leggo un gran bene e che è stato incensato ovunque. Beh, meglio così, perché una volta ancora, e di questi tempi è cosa assai rara, ho scoperto una meraviglia.

Impreziosito da personaggi illustri (Toumani Diabatè, Vieux Farka Toure, figlio di chi-sapete-voi) e lui stesso ospite in passato in numerosi dischi dello stesso Diabatè e del babbo di quel Vieux di cui sopra, si inserisce nella scia di quei musicisti malesi che, attraverso l’uso esclusivo di strumenti tradizionali (lo n’goni in questo caso), dopo averne ampliate le potenzialità con modifiche e aggiornamenti tecnologici, si inseriscono nel filo del rinnovamento di una tradizione che è tanto nobile (lo n’goni, strumento di chi suonava per il re) quanto, nelle sue numerose variazioni, popolare (il donso n’goni, strumento dei cacciatori).

È il suono delle radici, di generazioni che hanno imparato a costruire e suonare gli strumenti guardando ammirati i propri padri, che hanno imparato da loro le storie e ci hanno aggiunto qualcosa di proprio. E Kouyate, che ha avuto la possibilità di suonare con molti musicisti occidentali (per la verità un po’ ammuffiti, vedi Santana o Bonnie Raitt, ma anche molto interessanti come Bela Fleck), ha capito molto bene che il legame tra musica tradizionale africana e blues occidentale sta tutto nella sensibilità, nella capacità di usare diverse lingue per dare un nome identico alla dimensione spirituale universale di tutti gli individui.

È un capolavoro, che si fa denso e incalzante nei ritmi della title-track, che colpisce per il ritmo e il ritornello di “Musow”, la traccia più vicina agli stilemi rock (mi risuona in testa da giorni ed è bellissimo), che è capace di piazzare come niente fosse un “Bambugu blues” (ignoro che roba sia “bambugu” ma schiere di presunti bluesman dovrebbero prendere appunti), per concludersi con le dolcissime melodie di “Falani” e Moustapha”.

E, nell’intreccio delle scale e delle voci (su tutte quella di Zoumana Tereta in “Amy”), ti ritrovi a pensare alle storie, ben note, di Son, Blind Willie, Charley, Huddie… a quanto poco avessero in comune con quelle dei loro coetanei d’Oltreoceano, a quanto invece la loro musica ne sia sorella, figlia, finanche amante. Qualcosa che i bianchi non possono nemmeno sognare di riuscire a fare, al massimo rimaner lì con la bocca aperta e la bava che cola.
Si tratta forse di cose già note e risapute più o meno dai tempi delle Teste Parlanti (esagero?) ma l’esercizio di memoria, di questi tempi, si sa che è allo stesso tempo medicamento, cura e dovere morale.

Un’ultima osservazione, probabilmente sbagliata, sicuramente generalista. Lo sappiamo tutti che l’Africa, in generale, sta male. E il Mali è probabilmente tra i paesi più poveri. Se però ripenso a tutti i dischi di musica africana ascoltati in questi anni, anche i più malinconici (vedi “In the heart of the moon”), trasmettono una voglia di vivere incredibile. Tutto il contrario della produzione “rock” occidentale che è attualmente costituita per la maggior parte di tizi che si (e ci) massacrano i marroni con il male di vivere, la disperazione, la malattia, etc etc etc. Che, per dirla tutta, ho spesso incensato ma inizio veramente ad averne abbastanza… E allora, forse, è proprio vero che “viviamo in un paese per vecchi”, ma vale per tutto il nord del pianeta e non solo in senso filosofico. E il fatto che l’Africa, nonostante tutti i nostri tentativi di svuotarne il corpo e lo spirito, sia ancora lì a sperare, beh, deve pur significare qualcosa!

Se vi capita, e se già non lo conoscete, fatevi un giro su http://www.tpafrica.it/. È il luogo dove ho raccolto alcune informazioni ed è una miniera di meraviglie!

sabato 24 ottobre 2009

The XX - XX


Diciamolo subito, questo disco attualmente è per il sottoscritto il disco dell'anno. Attendiamo quindi che si presenti qualche altro candidato da qui alla fine di dicembre per dare la parola definitiva su "XX", anche se scalzarlo dalle prime 3 posizioni non sarà così facile vista la qualità altissima dei suoi brani.
La semplicità.
La semplicità è all'origine della bellezza di questo disco. Dopo i primi ascolti l'impressione è quella di trovarci difronte ad un lavoro cristallino basato principalmente sull'intreccio chitarra-voce. Per dare alcuni riferimenti, possiamo affermare che appare subito chiara una certa equidistanza dagli Young Marble Giants così come dagli Interpol di "Turn On the Bright Light".
Alcuni ascolti dopo ci si accorge che pur conservando intatta la semplicità armonica, a rappresentare il vero motore estetico del gruppo è la raffinata tessitura sonora creata del basso e della gran cassa, le cui geometrie donano una dinamicità senza pari.
L'umore quieto che caratterizza tutti i brani consente di scivolare piacevolmente dall'inizio alla fine dell'album senza grossi scossoni. Sulla base della chitarra riverberata, molto Cowboy Junkies, di "Infinity" gli XX costruiscono una ninna nanna adulta priva di sbavature; "Crysalised" è il brano chiave, quello che spiega la filosofia del gruppo, basata sulle timide accelerazioni e frenate improvvise imposte dalle voci sottili; "Shelter" è forse il brano caratterizzato da maggior pathos e tensione, una corda tesa che non si spezza mai.
Tutti gli altri brani sono ampiamente all'altezza.

Cinque stelle sicure

lunedì 19 ottobre 2009

Zen Circus - Andate Tutti Affanculo


Chiariamolo subito: tra Livornesi e Pisani ho sempre tifato per i primi. I primi sono probabilmente la genìa più simpatica di tutto lo stivale mentre i secondi forse rappresentano la più antipatica.
Anche gli artisti pisani contemporanei generalmente mi fanno piuttosto schifo (vedi quel drogato spacciatore di Gipi). Quindi ho scaricato questa manciata di canzoni, incoraggiato per lo meno dal titolo del disco, ma diffidando della mia buon anima concessiva dal primo momento.
Poi ascolti tutto d'un fiato le canzoni.
Le riascolti una seconda volta.
E poi ti rendi conto che questi AndateTuttiAffanculattoni pisani non sono poi così male. "Vecchi senza esperienza" ricorda forse un pò troppo Finardi, ma in fin dei conti dura poco, e così il ricordo si spegne quasi subito lasciando solo la bella accelerazione.
"Egoista" ha proprio un bel testo stronzo. Bella.
Il coretto di "It's paradise" è forte. Giovane, un pò Gaetano come la successiva "We just wanna live" (complimenti AndateTuttiAffanculattoni, bella scelta averle infilate una dopo l'altra).
Il fatto di aver fatto partecipare Nada in "Vuoti a Perdere", vi garantisce altri 5 punti. Ho sempre considerato quel bel pezzo di figa d'annata come una delle cantanti più in gamba e nel contempo sottovalutate d'Italia. Bravi, brutti stronzi.
Potrei elencare una serie di cose - utilizzando le stesse formule ripetute che si usano quando ci si vuole dare un tono criticando un disco -, ma vi posso dire che nonostante le mille incertezze ed errori, dentro questo disco vi sono 2 pezzi che meritano di venire ricordati per decenni (magari cantati sotto la doccia, sussurrati alla propria donna prima di dormire, urlati per ore ore attendendo sotto il tetto della cabina alla fermata dell'autobus quando piove):
"Andate Tutti Affanculo" e
"Canzone di Natale"

Quest'ultima - attenzione - è commovente. Potreste scoprirvi umani. Ve lo suggerirebbe in questo caso un gruppo di pisani evidentemente con sangue nelle vene mischiato a qualche sostanza dotata di forte senso dell'umorismo.

sabato 17 ottobre 2009

il nostro primo evento?

cari operatori ecologici,

utilizzo questo spazio per lanciare la prima "notte dello spazzino emotivo". La proposta parte da una serie di laboratori che sto organizzando con l'associazione per cui lavoro... il tema è la creatività in reazione al protagonismo giovanile e alla partecipazione.
Sto già realizzando dei laboratori su come costruire strumenti a partire da materiali di scarto e sulla musica elettronica.

La proposta è di fare, la sera di giovedì 19 novembre, un evento su musica rock e culture giovanili all'interno di un locale, il Ricky's pub di Abbazia Pisani L'idea è una serata in cui ci sia un gruppo che suona pezzi dell'epoca Woodstock, un sacco di ragazzi che "chiacchierano" sul tema e noi che facciamo da moderatori...

Che ne dite? Il titolo e la scaletta sono tutti da inventare!